Il lavoro di merda non l’ha inventato Carpisa

Da qualche giorno il web si è giustamente indignato per una vergognosa proposta di stage targata Carpisa che partiva dal presupposto obbligatorio dell’acquisto di una sua borsa, soltanto dell’ultima collezione peraltro.

Mi sembra inutile tornare nel dettaglio sull’argomento, l’abbiamo capito tutti che è stata una letterale stronzata, un’ennesima conferma di quanto la dignità del lavoro in Italia raggiunga pressoché ogni giorno nuove vette verso il basso.

C’è da dire infatti che se indubbiamente l’eco mediatica di un marchio come Carpisa, leader tra le produzioni di borse di qualità non eccelsa, non poteva passare inosservata, ogni giorno centinaia di migliaia di giovani e meno giovani, freelance, partite iva subiscono soprusi simili se non addirittura più gravi, spesso nel più completo anonimato.

Gli esempi sono tantissimi: dai pagamenti a xxx giorni a quelli mai arrivati con scuse spesso meschine, confidando sul fatto che un’azione di recupero per somme troppo piccole alla fine non conviene farla perché costerebbe di più del credito da riscuotere; dagli incarichi dati a simpatia e tolti per antipatia a quelli promessi e mai visti, causa magari nel frattempo della rinuncia di altri lavori.

Ma non è tutto: pensate a chi vede sminuire il proprio lavoro, chiamato per “favori che risolvi in un minuto” ma che alla fine, sommati i minuti, rubano tempo ad altre possibilità di lavoro o di formazione.

Pensate a chi si trova sotto scacco, costretto ad accettare offerte ridicole per cercare di tirare avanti, ottenendo il doppio danno di aver svilito sé stesso e l’intera categoria di professionisti a cui appartiene.

Insomma, a Carpisa va forse il merito di aver scoperchiato la grande cloaca del lavoro atipico, dove avere dignità significa, in molti casi, restare sulla soglia della povertà, ma di sicuro non le si può addebitare il ruolo di creatore del lavoro di merda.

Quello, purtroppo, esiste già da parecchio tempo.

Il triplo stress delle vacanze di un freelance

Un freelance, lo sanno tutti, è un essere pressoché umano, quasi umano direi, quanto meno in ambito lavorativo.

Egli (o ella) lavora mediamente dalle 10 alle 14 ore al giorno e, nella restante parte della giornata, si sente in colpa perché non lavora e ha persino sprecato qualche ora per dormire.

Subisce solitamente in estate un triplo stress: il primo, perché vede tutti i suoi contatti di Facebook impegnati a lamentarsi durante l’anno e poi invece ad agosto sono improvvisamente in giro per il mondo a cazzeggiare di lusso, stile Gianluca Vacchi, fatto che ci fa dubitare sulle scelte di vita compiute fino a quel giorno.

Il secondo stress è invece quella settimana di vacanza che a forza ci prendiamo, costretti magari da compagne/i e/o consorti: già dal primo giorno ci sentiamo maledettamente in colpa, a pensare a quanti arretrati potremmo sbrigare se invece di stare in questo cacchio di mare fossimo con il nostro fido PC o Mac.

L’ultimo stress è invece il più classico, quello da rientro che però nel nostro caso viene enfatizzato al massimo proprio perché il settimo giorno di vacanza è stato quello senza sensi di colpa…e mannaggia, il giorno dopo ci tocca rientrare!

Cari amici, cari colleghi, a questo punto non mi resta che darvi un consiglio: rilassatevi finché potete! E ricordatevi che mentre noi ci sentiamo in colpa per un giorno di vacanza, il nostro committente posticipa in maniera indefinita il suo bonifico…a sto punto, tanto vale godersela questa meritata vacanza!

(Ma col bonifico versato sarebbe stata più bella)

Che fine ha fatto la buona educazione?

Colgo spunto da qualche episodio spiacevole successo a persone a me molto care per tornare a scrivere in questo trasandato blog; argomento del giorno è la buona educazione o, meglio, la mancanza di buona educazione.

L’incipit “ai miei tempi”, abbastanza odiato e inflazionato, suona quasi ridicolo in bocca a un 36 enne che la guerra di certo non l’ha fatta; eppure, purtroppo, in soltanto una generazione, le cose sembrano davvero peggiorate.

Qualche giorno addietro una mia cara amica, incinta di 8 mesi e con un bel pancione chiaramente indicatore del suo status, ha chiesto ad un noto bar nel centro storico di Siracusa, città eletta ormai da tutti i portali del mondo una delle mete turistiche più ambite, di poter usare il bagno. La prima risposta del signore presente (non sappiamo se il titolare o un suo dipendente) è stata già molto indicativa: “prima deve consumare!”. Alle proteste della prossima puerpera, il soggetto in questione ha inizialmente acconsentito all’uso del famigerato bagno.

All’uscita dai servizi però, la mia amica si è sentita apostrofare con una perentoria richiesta di 50 centesimi da pagare; “ma nessuno in città ha fatto mai pagare l’uso del bagno, specialmente ad una donna incinta!” ha spiegato la giovane futura mamma; “non è vero – ha risposto sempre il soggetto in questione – il bar……… (e nomina un famoso bar nelle vicinanze) – lo fa pagare.” “La devo smentire – lo gelò infine la mia amica – sono stata lì qualche giorno fa e sono stati invece gentilissimi”. Qui, a questo punto, arriva il tocco di grazia, la finezza che ci inorgoglisce in quanto discendenti di Archimede, eredi di Corinto, cultori della bellezza e dell’eleganza: “E allora si ni issi all’autru bar!” (Traduzione dal siciliano: e allora se ne torni pure nel bar dove non pagava!”).

Il gesto, inqualificabile, ha una difficile spiegazione, se non nell’assoluta mancanza di buona educazione da parte di questo “signore” (usiamo le virgolette), alla quale va aggiunta l’assenza di umanità, buon senso, sensibilità, correttezza. Il problema – torno a specificarlo – non riguarda nemmeno la richiesta dei 50 centesimi che si sarebbero potuti chiedere in ben altro modo, ma il tono da cafone maleducato che di fatto mette una croce sopra alla frequentazione di quel bar da parte di un bel gruppetto di persone, capeggiato da un non modesto consumatore come il sottoscritto.

Ma non è tutto.

In città – ma credo un po’ ovunque in Italia, anche se ovviamente non ne ho contezza diretta – è in atto una sorta di diffusione di un sentimento di cattiveria gratuita che sembra addirittura piacere più della buona educazione.

Da non confondere con il pessimo buonismo – che invece diventa una filosofia che tutto giustifica, anche comportamenti inqualificabili – la buona educazione è ad esempio quella di cedere il posto sui mezzi o in sala d’attesa ad anziani, donne incinte, persone con difficoltà deambulatorie; aiutare giovani donne o anziani a trasportare la spesa, casse d’acqua, pesi ingombranti; salutare con un sorriso e un buongiorno i vicini, intavolare una breve discussione in ascensore, dire “grazie”, “prego”, “mi scusi”, “si figuri”, “di niente”, “permesso”, “per favore”, oppure perché no, dare un bacio a vostra moglie/marito/compagno/mamma/papà/nonno/nonna senza un motivo apparente, solo per dimostrare un po’ di affetto.

E invece, siamo sempre incazzati. E non tolleriamo più niente e nessuno. Una donna entra in un noto negozio in carrozzina e una persona esclama: “già siamo stretti, ci mancava pure quella con la sedia!”. Aberrante.

Se una donna incinta salta una coda, al supermercato come ad un pubblico ufficio, nel rispetto della legge, sono più gli sguardi di odio che quelli di gioia per il pargolo in arrivo. Terrificante.

Se una persona con difficoltà motoria nell’attraversare la strada perde un attimo più di tempo, gli suoniamo irritati. Vergognoso.

E in questo contesto non voglio nemmeno toccare l’argomento della buone educazione online, un universo che puzza come una cloaca, pieno di leoni da tastiera che, di fronte allo sputtanamento dal vivo, poi diventano pecorelle.

Io lo so perché siamo incazzati: i soldi, i pagamenti, le tasse ecc. Ma quando pensiamo a cosa possiamo fare per migliorare il mondo, non immaginiamoci come statisti che governano i popoli; pensiamo ad essere più gentili prima di tutto con chi ci sta attorno e poi anche con gli estranei. Sono convinto – ma qui si entra forse nell’utopia – che una grande cambiamento può iniziare soltanto dopo un gesto di gentilezza.

A proposito: grazie per avermi dedicato qualche minuto del vostro tempo!

Faccio cose, vedo gente…mi occupo di comunicazione!

L’improvvisazione e la scarsa professionalità, che brutte bestie!

La lingua batte dove il dente duole, dicevano gli antichi, ma proprio non ce la faccio  a starmi zitto, non ce la faccio ad assistere inerme alla decadenza di un ruolo importante, quello del comunicatore.

Senza entrare nel merito delle pur grandi differenze che passano tra i vari mezzi di comunicazione, in tutti i casi è richiesta comunque la professionalità minima per poter acquisire una certa autorevolezza.

E se nel caso della stampa “tradizionale” ci pensa l’appartenenza all’Ordine dei Giornalisti a fare da filtro, in altri ambiti è l’improvvisazione e la legge della giungla a regnare, con i risultati che spesso si possono vedere.

“Faccio comunicazione” diventa allora la formula magica con la quale personaggi senza arte né parte vanno in giro mendicando oboli a sprovveduti imprenditori, convinti che l’investimento promozionale non sia appunto un investimento ma piuttosto una spesa inutile, per la quale destinare un budget misero.

E vai allora con il social manager improvvisato, quello che condivide contenuti poco interessanti (se va bene) o che comincia a taggare come un folle tutto il taggabile, alla ricerca di qualcuno che gli dia retta.

C’è poi l’addetto stampa farlocco, il mio preferito, quello che manda un comunicato (in violazione della legge) dicendo che il suo prodotto/evento è il migliore, sperando che qualche testata glielo pubblichi per sfinimento.

Ci sono poi i webmaster che fanno i siti tutti uguali, cambiando solo intestazione e colori di base; i copywriter e i content manager che riciclano i contenuti, fino agli pseudo-influencer che si atteggiano anche se hanno un pubblico fuori target per la gran parte delle aziende con le quali collaborano.

Ripetiamolo ancora una volta: la comunicazione è una cosa seria! Se stai dando 50 euro al mese a qualcuno per “curartela”, sappi che stai buttando quei soldi. Tanto vale darli in beneficenza, saranno stati molto più utili!

Rappresentazioni Classiche a Siracusa: l’emozione di sedersi sulla storia

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio all'aperto

La mia città, Siracusa, ha un passato molto più glorioso del suo presente e di quello i suoi abitanti si vantano, quasi si crogiolano. Forse sbagliamo, ma credetemi, o facciamo così o davvero ci resta la disperazione!

Non faccio di certo parte della schiera dei disfattisti di professione, di quelli che cioè godono nel dipingere la propria città come una cloaca ma, seppur a malincuore, Siracusa – amatissima dai turisti – offre purtroppo più ostacoli che opportunità per essere visitata, a cominciare dall’annoso problema dei trasporti. E però…

L'immagine può contenere: una o più persone, cielo, albero, spazio all'aperto, natura e acqua

E però, ci sta lui, sua maestà il Teatro Greco. Ogni anno grazie all’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA) su questa maestosa opera architettonica, scavata interamente nella roccia, vengono riprodotte le tragedie e le commedie dei più importanti autori della storia classica, da Eschilo a Sofocle, da Euripide ad Aristofane, per la gioia degli appassionati e degli ex studenti di ogni Liceo Classico che si rispetti.

Sedersi su quelle pietre, credetemi, permette un immediato salto nel tempo. Si viene catapultati a oltre 2500 anni fa (a proposito: quest’anno Siracusa compie ben 2750 anni!), ci si immagina circondati dai figli di Corinto, entusiasti e pronti a ripartire da zero in questa nuova e lussureggiante terra, lambita dal mare, baciata dai venti, benedetta dalla terra fertile. Ci si sente orgogliosi del proprio sangue greco, si dimentica per un’ora e mezza il ritardo clamoroso dei bus navetta, il traffico asfissiante, la differenziata al 5%, e si torna ad essere fieri, quasi a guardare come barbari i popoli “oltre confine”, costretti ad utilizzare il nuovo servizio di traduzione simultanea messo in campo dall’Inda.

Il consiglio, totalmente disinteressato a livello economico ma dato da vero amico, è quello di stare almeno tre giorni a Siracusa nel periodo primaverile, due da dedicare alle tragedie di quest’anno – I sette contro Tebe di Eschilo e Le Fenicie di Euripide – e il terzo da dedicare alla città, all’isola di Ortigia, ai vicoli più nascosti e pittoreschi. Dal 29 giugno poi arrivano pure Ficarra e Picone per Le Rane di Aristofane ma di biglietti credo ne siano rimasti pochissimi!

Per sapere tutto su trame, programma, biglietti e anche per trovare qualche posto interessante dove dormire e dove mangiare a Siracusa, potete cominciare a dare un’occhiata al portale Fuori Teatro, in costante aggiornamento.

Sono sicuro che poi mi ringrazierete!

La libertà di stampa è una cosa che si mangia

Oggi, 3 maggio, si festeggia la libertà di stampa.

In Italia, grazie alla nostra Costituzione in teoria questo concetto è addirittura recepito come uno dei cardini della democrazia. Che rivoluzionari questi padri costituenti!

Il concetto di libertà di stampa non è però astratto o puramente ideale come a volte sembra ascoltando le solite chiacchiere da salotto: in realtà la libertà di stampa è una cosa concreta, una cosa “che si mangia” ma che però, spesso, non fa mangiare.

Cerco di spiegarmi meglio.

Per mesi certi loschi figuri che di democrazia non ne capiscono un tubo additavano la stampa italiana, agli ultimi posti nelle classifiche internazionali riguardo alla libertà, come serva e prona ai poteri forti.

In realtà per troppo tempo questa classifica è stata letta al contrario, visto che il motivo del posto così in basso era proprio il coraggio e la libertà di molti colleghi che a causa delle loro inchieste si sono ritrovati incriminati o peggio costretti a essere protetti da una scorta. Tanto che è bastata l’assoluzione dei colleghi Nuzzi e Fittipaldi per la vicenda Vatileaks e come per magia abbiamo riacquistato circa 20 posti.

La libertà di stampa si tocca, si mangia ogni qual volta un collega scrive di un fatto, lo analizza e non bada a chi potrebbe fare arrabbiare. La libertà di stampa diventa un concetto ideale se si permettono querele temerarie e richieste di risarcimento esagerate al solo scopo di intimidire il giornalista.

La libertà di stampa mantiene un senso quando chi scrive si informa, verifica e pubblica una notizia solo se ne è assolutamente sicuro; va a farsi benedire quando, anche se bravo giornalista, cede al fascino del click facile, dell’informazione parziale, della bufala.

La libertà di stampa diventa reale quando chi investe in pubblicità lo fa esclusivamente pensando alla visibilità e al prestigio del giornale e non alla sua linea editoriale; torna ad essere eterea quando la pubblicità viene promessa “solo se…”.

Capita allora che per mantenere fede alla libertà di stampa, ai propri principi e alla deontologia di una professione comunque nobile, risulti difficile mangiare con il proprio lavoro, perché non disposti a sottostare a quel “solo se…”.

E allora oggi dedico questo inutile post a tutti quei colleghi che hanno deciso di tirare la cinghia pur di continuare a camminare a testa alta, magari rimettendoci anche la vita: loro, e soltanto loro, sono l’orgoglio di un’intera categoria.

buzzoole code

Apologia postuma di Umberto Eco (ovvero: basta imbecilli sui social!)

Se è vero che mi manca davvero il tempo per aggiornare come si deve il mio blog, è altrettanto sacrosanto ammettere che di spunti da approfondire invece ne avrei fin troppi.

In questo piccolo ritaglio di tempo che mi sono ricavato con la forza vorrei però soffermarmi sul ricordo mai troppo elogiato di Umberto Eco, autore di grandi capolavori ma ricordato da qualche anno per una sua felice frase (felice, ho scritto bene eh) sul mondo dei Social, riguardante una presunta “legione di imbecilli” a cui avrebbero dato diritto di opinione.

Premettiamo che a scanso di equivoci, il ragionamento che farò sembrerebbe per forza di cosa generalista ma sappiamo ovviamente che non è possibile rivolgersi al miliardo abbondante di utenti social come ad un’unica massa informe, quindi ignorerò qualsiasi commento riguardante l’argomento “non fare di tutta l’erba un fascio”, perché non la faccio mai; semmai, qui semplifico per ovvi motivi di fruibilità.

E allora diciamolo subito che Eco non aveva ragione, aveva – mi si passi l’orrido neologismo – ragionissima. Intendiamoci: nessuno qui vuole togliere il diritto di esprimere opinioni alle persone, fossero pure intellettualmente povere. Semplicemente, non bisogna sottovalutare la potenza del mezzo che, unita alla stra-potenza dell’ignoranza, trasforma stronzate che in epoca offline avrebbero raccolto al massimo pernacchie in autorevoli disquisizioni “alla pari” con luminari che invece di quell’argomento ne sanno davvero.

Mettiamolo subito l’altro paletto scomodo: non tutte le opinioni hanno la stessa valenza. Anzi, alcune non ne hanno a sufficienza, altre sono vere e proprie stronzate.

Domandone populista: chi decide se la mia opinione ha più valore della tua o viceversa? Tempo addietro, e scusate se sembro mio nonno nel rispondere così, questa domanda non avrebbe avuto alcun senso, perché a rispondere era il buon senso: semplicemente, se sono ignorante non mi pongo alla pari di chi ha studiato o ha fatto molta più esperienza sul campo di me. Le persone semplici accettavano con fiducia il parere del medico, del legale, dell’architetto, al massimo ne ascoltavano altri, sempre riconosciuti e preparati, per avere più opinioni altrettanto autorevoli.

Oggi, e i Social diventano il pericoloso mezzo di questo scempio, qualunque imbecille si può alzare e confutare gli studi di Pasteur, Marie Curie, Galileo o Leonardo Da Vinci solo perché trova terreno fertile nell’ignoranza dilagante.

Ma attenzione: chi di Social ferisce di Social (e di informazione giornalistica fatta come si deve) poi può pure perire, vedi il caso recentissimo di Report e dell’inchiesta-vergogna sui vaccini, demolita proprio dal tam-tam su Facebook e Twitter.
Per questo alla fine non ce la possiamo mai prendere con il mezzo ma solo con noi stessi che a certi cretini, sui social, regaliamo attenzioni non dovute.

Il sito, l’identità, l’essenza di Giovanni Polito

Ci siamo: la mia creatura, il mio sito personale, sta prendendo finalmente vita.

La questione è semplice: nel mondo dominato dalla comunicazione social, diventa sempre più fondamentale creare e poi curare il proprio sito web personale.

Guardate che non è un paradosso quello che scrivo: usando una metafora (e ne troverete tante, sparse nelle varie sezioni), nel mare in tempesta delle informazioni convulse che transitano sui social media, il proprio sito personale rappresenta una sorta di isola sicura, un porto franco nel quale rifugiarsi e ospitare, perché no, anche qualcuno dei milioni di naufraghi intontiti dai flussi mediatici incessanti.

La durata media dell’interesse di un contenuto condiviso su Facebook è, stando ad alcune ricerche indipendenti, circa 15 ore, contro le poco più di 4 di Twitter e le circa 22 di Instagram. Questo significa che in meno di un giorno (se va bene) qualunque vostro segno di esistenza social perde radicalmente di valore, venendo soppiantato nello stream dei vostri amici da un video di gattini o da gente che si incendia i peti.

Diventa quindi necessario conservare in un luogo virtuale i contenuti che per voi meritano di un’attenzione maggiore e di una vetrina sempre valida, uno spazio web dove raccontare e raccontarvi, professionalmente o anche privatamente, ad esempio mettendo a nudo i vostri sentimenti tramite un blog a tema.

I social si trasformano in questo caso in semplici strumenti, mezzi di divulgazione di contenuti creati da voi e che nessuno può permettersi di scalzare con gattini o peti, perché restano sul sito finché glieli lasciate voi.

A partire da oggi dunque qui, su www.giovannipolito.it, partiranno spunti di riflessione, racconti di esperienze e passioni vissute che avrò il piacere di condividere con chi vorrà concedermi qualche minuto del suo tempo.

Il sito, ancora in fase di completamento, è formato da due sezioni di cui una parte prettamente “istituzionale”, dove si può consultare la mia esperienza professionale, a sua volta divisa in cinque macroaree e dalla quale è possibile poi partire per eventuali richieste di consulenze e/o incarichi; la seconda parte è invece questa legata al classico blog, lo strumento dinamico con il quale cercheremo di instaurare un dialogo alla pari, con spunti e interventi legati alle mie passioni o all’argomento del giorno.

Vi ringrazio in anticipo per l’attenzione che mi dedicherete: spero onestamente di meritarmela, quanto meno più dei gattini e dei peti!