Faccio cose, vedo gente…mi occupo di comunicazione!

L’improvvisazione e la scarsa professionalità, che brutte bestie!

La lingua batte dove il dente duole, dicevano gli antichi, ma proprio non ce la faccio  a starmi zitto, non ce la faccio ad assistere inerme alla decadenza di un ruolo importante, quello del comunicatore.

Senza entrare nel merito delle pur grandi differenze che passano tra i vari mezzi di comunicazione, in tutti i casi è richiesta comunque la professionalità minima per poter acquisire una certa autorevolezza.

E se nel caso della stampa “tradizionale” ci pensa l’appartenenza all’Ordine dei Giornalisti a fare da filtro, in altri ambiti è l’improvvisazione e la legge della giungla a regnare, con i risultati che spesso si possono vedere.

“Faccio comunicazione” diventa allora la formula magica con la quale personaggi senza arte né parte vanno in giro mendicando oboli a sprovveduti imprenditori, convinti che l’investimento promozionale non sia appunto un investimento ma piuttosto una spesa inutile, per la quale destinare un budget misero.

E vai allora con il social manager improvvisato, quello che condivide contenuti poco interessanti (se va bene) o che comincia a taggare come un folle tutto il taggabile, alla ricerca di qualcuno che gli dia retta.

C’è poi l’addetto stampa farlocco, il mio preferito, quello che manda un comunicato (in violazione della legge) dicendo che il suo prodotto/evento è il migliore, sperando che qualche testata glielo pubblichi per sfinimento.

Ci sono poi i webmaster che fanno i siti tutti uguali, cambiando solo intestazione e colori di base; i copywriter e i content manager che riciclano i contenuti, fino agli pseudo-influencer che si atteggiano anche se hanno un pubblico fuori target per la gran parte delle aziende con le quali collaborano.

Ripetiamolo ancora una volta: la comunicazione è una cosa seria! Se stai dando 50 euro al mese a qualcuno per “curartela”, sappi che stai buttando quei soldi. Tanto vale darli in beneficenza, saranno stati molto più utili!

Rappresentazioni Classiche a Siracusa: l’emozione di sedersi sulla storia

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio all'aperto

La mia città, Siracusa, ha un passato molto più glorioso del suo presente e di quello i suoi abitanti si vantano, quasi si crogiolano. Forse sbagliamo, ma credetemi, o facciamo così o davvero ci resta la disperazione!

Non faccio di certo parte della schiera dei disfattisti di professione, di quelli che cioè godono nel dipingere la propria città come una cloaca ma, seppur a malincuore, Siracusa – amatissima dai turisti – offre purtroppo più ostacoli che opportunità per essere visitata, a cominciare dall’annoso problema dei trasporti. E però…

L'immagine può contenere: una o più persone, cielo, albero, spazio all'aperto, natura e acqua

E però, ci sta lui, sua maestà il Teatro Greco. Ogni anno grazie all’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA) su questa maestosa opera architettonica, scavata interamente nella roccia, vengono riprodotte le tragedie e le commedie dei più importanti autori della storia classica, da Eschilo a Sofocle, da Euripide ad Aristofane, per la gioia degli appassionati e degli ex studenti di ogni Liceo Classico che si rispetti.

Sedersi su quelle pietre, credetemi, permette un immediato salto nel tempo. Si viene catapultati a oltre 2500 anni fa (a proposito: quest’anno Siracusa compie ben 2750 anni!), ci si immagina circondati dai figli di Corinto, entusiasti e pronti a ripartire da zero in questa nuova e lussureggiante terra, lambita dal mare, baciata dai venti, benedetta dalla terra fertile. Ci si sente orgogliosi del proprio sangue greco, si dimentica per un’ora e mezza il ritardo clamoroso dei bus navetta, il traffico asfissiante, la differenziata al 5%, e si torna ad essere fieri, quasi a guardare come barbari i popoli “oltre confine”, costretti ad utilizzare il nuovo servizio di traduzione simultanea messo in campo dall’Inda.

Il consiglio, totalmente disinteressato a livello economico ma dato da vero amico, è quello di stare almeno tre giorni a Siracusa nel periodo primaverile, due da dedicare alle tragedie di quest’anno – I sette contro Tebe di Eschilo e Le Fenicie di Euripide – e il terzo da dedicare alla città, all’isola di Ortigia, ai vicoli più nascosti e pittoreschi. Dal 29 giugno poi arrivano pure Ficarra e Picone per Le Rane di Aristofane ma di biglietti credo ne siano rimasti pochissimi!

Per sapere tutto su trame, programma, biglietti e anche per trovare qualche posto interessante dove dormire e dove mangiare a Siracusa, potete cominciare a dare un’occhiata al portale Fuori Teatro, in costante aggiornamento.

Sono sicuro che poi mi ringrazierete!

La libertà di stampa è una cosa che si mangia

Oggi, 3 maggio, si festeggia la libertà di stampa.

In Italia, grazie alla nostra Costituzione in teoria questo concetto è addirittura recepito come uno dei cardini della democrazia. Che rivoluzionari questi padri costituenti!

Il concetto di libertà di stampa non è però astratto o puramente ideale come a volte sembra ascoltando le solite chiacchiere da salotto: in realtà la libertà di stampa è una cosa concreta, una cosa “che si mangia” ma che però, spesso, non fa mangiare.

Cerco di spiegarmi meglio.

Per mesi certi loschi figuri che di democrazia non ne capiscono un tubo additavano la stampa italiana, agli ultimi posti nelle classifiche internazionali riguardo alla libertà, come serva e prona ai poteri forti.

In realtà per troppo tempo questa classifica è stata letta al contrario, visto che il motivo del posto così in basso era proprio il coraggio e la libertà di molti colleghi che a causa delle loro inchieste si sono ritrovati incriminati o peggio costretti a essere protetti da una scorta. Tanto che è bastata l’assoluzione dei colleghi Nuzzi e Fittipaldi per la vicenda Vatileaks e come per magia abbiamo riacquistato circa 20 posti.

La libertà di stampa si tocca, si mangia ogni qual volta un collega scrive di un fatto, lo analizza e non bada a chi potrebbe fare arrabbiare. La libertà di stampa diventa un concetto ideale se si permettono querele temerarie e richieste di risarcimento esagerate al solo scopo di intimidire il giornalista.

La libertà di stampa mantiene un senso quando chi scrive si informa, verifica e pubblica una notizia solo se ne è assolutamente sicuro; va a farsi benedire quando, anche se bravo giornalista, cede al fascino del click facile, dell’informazione parziale, della bufala.

La libertà di stampa diventa reale quando chi investe in pubblicità lo fa esclusivamente pensando alla visibilità e al prestigio del giornale e non alla sua linea editoriale; torna ad essere eterea quando la pubblicità viene promessa “solo se…”.

Capita allora che per mantenere fede alla libertà di stampa, ai propri principi e alla deontologia di una professione comunque nobile, risulti difficile mangiare con il proprio lavoro, perché non disposti a sottostare a quel “solo se…”.

E allora oggi dedico questo inutile post a tutti quei colleghi che hanno deciso di tirare la cinghia pur di continuare a camminare a testa alta, magari rimettendoci anche la vita: loro, e soltanto loro, sono l’orgoglio di un’intera categoria.

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A tavola pane e …frustrazione

Quando il modo di dire #maiunagioia divenne virale, oggettivamente cominciò a darmi noia. Usato sempre, comunque e spesso a sproposito, #maiunagioia aveva cominciato a perdere il suo significato di intrinseca protesta contro le ingiustizie della vita per diventare una scusa valida a mostrare petulanza e lamentele inutili in ogni contesto.

Eppure, quando uno come me si siede a tavola, non può che pensare a quanto crudele sia stato il destino…

Figlio di ben tre culture culinarie ben distinte (la siracusana per nascita, la ragusana e la calabrese per discendenza), di fatto mi ritrovo a scandire i momenti della giornata e finanche i ricordi più belli della mia vita sempre legati a un particolare cibo o preparazione.

Per fare un esempio, se qualcuno mi chiede di ricordare un incontro, un evento o qualcosa di simile, la mia memoria mi mette immediatamente a fuoco il menu della cena o del pranzo ad esso collegato, prima ancora degli eventuali commensali. Esempio: “Giovanni ma ti ricordi come era bella Roberta al suo matrimonio?” e io: “come no, c’era un prosciutto cotto glassato al miele che ancora me lo sogno!” e via di seguito.

Adesso è più chiaro comprendere come l’essere costantemente invitato a cene e degustazioni o preparare io stesso i pasti a casa risulti nel mio caso una tortura continua, a causa della pericolosa tendenza a mettere peso che la natura mi ha voluto accollare.

Io ho molti problemi con la cucina dietetica, per così dire: non riesco a tollerare le versioni “depotenziate” delle ricette, quelle cioè che partono da un nome altisonante per poi diventare altro, più insipido e privo di “sostanza”. La carbonara con il prosciutto cotto, la parmigiana con le melanzane arrostite, le cotolette arrostite, il cucchiaino misurato di olio d’oliva…limitazioni, pesi che ostacolano il gusto e rendono la vita di un “diversamente snello” come me senza gioie…anzi, con #maiunagioia.

Il problema è il contesto. Qui da me bastano i profumi di un panificio sperduto per riaccenderti la fame atavica, quella genetica che permetteva alla natura di mettere da parte il grasso necessario a superare i periodi di magra…l’altro problema è che di periodi di magra non ce n’è più.

E poi, ultimo problema, mi piace mangiare bene. Ma forse questo lo avevate già capito!

A tavola con Giovanni Polito (se volete!)

Avendo molto poco tempo da dedicare, mio malgrado, ad attività mondane, di solito sono molto selettivo con gli eventi e i locali che scelgo di frequentare.

Dalle pagine del mio blog, utilizzando il tag “A tavola con Giovanni Polito” mi prenderò di tanto in tanto la libertà di suggerirvi qualche serata o appuntamento particolare, nei quali magari alla gioia della buona tavola potrebbe farvi piacere aggiungere anche quella della mia presenza (ma la cosa funziona anche al negativo: magari volevate esserci e la mia presenza vi aiuta a distogliervi dalla scelta!).

Si comincia dunque con domenica 30 aprile, a Lentini nei locali del ristorante Lanterna Bianca per l’evento “Bianco, rosso…Ramaddini“. Una cena completa a base di pesce, accompagnata dai vini della cantina Feudo Ramaddini, membro autorevole della Strada del Vino e dei Sapori del Val di Noto. Oltre a cenare e a bere di gusto, potremo pure scambiare insieme quattro chiacchiere.

Il giorno dopo, per la “scampagnata” del Primo maggio, ci spostiamo a pranzo nella zona balneare di Siracusa, in contrada Fanusa, per partecipare al “Primo maggio in cantina con il “Mandorlivo” di Franco Manuele“, una ricca degustazione di prodotti tipici siciliani e vini del territorio organizzata dalle Cantine Gulino, anche loro prestigiosi membri della Strada del Val di Noto.  Ad impreziosire la già bellissima giornata ci saranno le visite guidate in cantina e la degustazione del “Mandorlivo”, il gelato inventato da Franco Manuele della Nuova Dolceria di Ferla vincitore della tappa italiana del “Gelato World Tour” (e che i fan dei 10 Minuti con CNA Siracusa già conoscono!).

Che dire, qualche spunto ve l’ho dato: vi lascio con la raccomandazione di dare un’occhiata ogni tanto, se vi piace l’argomento enogastronomia, al giornale Gusto News che dopo un periodo di stand by stiamo pian piano riattivando.

Buona lettura ma soprattutto…buon appetito!

 

Apologia postuma di Umberto Eco (ovvero: basta imbecilli sui social!)

Se è vero che mi manca davvero il tempo per aggiornare come si deve il mio blog, è altrettanto sacrosanto ammettere che di spunti da approfondire invece ne avrei fin troppi.

In questo piccolo ritaglio di tempo che mi sono ricavato con la forza vorrei però soffermarmi sul ricordo mai troppo elogiato di Umberto Eco, autore di grandi capolavori ma ricordato da qualche anno per una sua felice frase (felice, ho scritto bene eh) sul mondo dei Social, riguardante una presunta “legione di imbecilli” a cui avrebbero dato diritto di opinione.

Premettiamo che a scanso di equivoci, il ragionamento che farò sembrerebbe per forza di cosa generalista ma sappiamo ovviamente che non è possibile rivolgersi al miliardo abbondante di utenti social come ad un’unica massa informe, quindi ignorerò qualsiasi commento riguardante l’argomento “non fare di tutta l’erba un fascio”, perché non la faccio mai; semmai, qui semplifico per ovvi motivi di fruibilità.

E allora diciamolo subito che Eco non aveva ragione, aveva – mi si passi l’orrido neologismo – ragionissima. Intendiamoci: nessuno qui vuole togliere il diritto di esprimere opinioni alle persone, fossero pure intellettualmente povere. Semplicemente, non bisogna sottovalutare la potenza del mezzo che, unita alla stra-potenza dell’ignoranza, trasforma stronzate che in epoca offline avrebbero raccolto al massimo pernacchie in autorevoli disquisizioni “alla pari” con luminari che invece di quell’argomento ne sanno davvero.

Mettiamolo subito l’altro paletto scomodo: non tutte le opinioni hanno la stessa valenza. Anzi, alcune non ne hanno a sufficienza, altre sono vere e proprie stronzate.

Domandone populista: chi decide se la mia opinione ha più valore della tua o viceversa? Tempo addietro, e scusate se sembro mio nonno nel rispondere così, questa domanda non avrebbe avuto alcun senso, perché a rispondere era il buon senso: semplicemente, se sono ignorante non mi pongo alla pari di chi ha studiato o ha fatto molta più esperienza sul campo di me. Le persone semplici accettavano con fiducia il parere del medico, del legale, dell’architetto, al massimo ne ascoltavano altri, sempre riconosciuti e preparati, per avere più opinioni altrettanto autorevoli.

Oggi, e i Social diventano il pericoloso mezzo di questo scempio, qualunque imbecille si può alzare e confutare gli studi di Pasteur, Marie Curie, Galileo o Leonardo Da Vinci solo perché trova terreno fertile nell’ignoranza dilagante.

Ma attenzione: chi di Social ferisce di Social (e di informazione giornalistica fatta come si deve) poi può pure perire, vedi il caso recentissimo di Report e dell’inchiesta-vergogna sui vaccini, demolita proprio dal tam-tam su Facebook e Twitter.
Per questo alla fine non ce la possiamo mai prendere con il mezzo ma solo con noi stessi che a certi cretini, sui social, regaliamo attenzioni non dovute.

Il sito, l’identità, l’essenza di Giovanni Polito

Ci siamo: la mia creatura, il mio sito personale, sta prendendo finalmente vita.

La questione è semplice: nel mondo dominato dalla comunicazione social, diventa sempre più fondamentale creare e poi curare il proprio sito web personale.

Guardate che non è un paradosso quello che scrivo: usando una metafora (e ne troverete tante, sparse nelle varie sezioni), nel mare in tempesta delle informazioni convulse che transitano sui social media, il proprio sito personale rappresenta una sorta di isola sicura, un porto franco nel quale rifugiarsi e ospitare, perché no, anche qualcuno dei milioni di naufraghi intontiti dai flussi mediatici incessanti.

La durata media dell’interesse di un contenuto condiviso su Facebook è, stando ad alcune ricerche indipendenti, circa 15 ore, contro le poco più di 4 di Twitter e le circa 22 di Instagram. Questo significa che in meno di un giorno (se va bene) qualunque vostro segno di esistenza social perde radicalmente di valore, venendo soppiantato nello stream dei vostri amici da un video di gattini o da gente che si incendia i peti.

Diventa quindi necessario conservare in un luogo virtuale i contenuti che per voi meritano di un’attenzione maggiore e di una vetrina sempre valida, uno spazio web dove raccontare e raccontarvi, professionalmente o anche privatamente, ad esempio mettendo a nudo i vostri sentimenti tramite un blog a tema.

I social si trasformano in questo caso in semplici strumenti, mezzi di divulgazione di contenuti creati da voi e che nessuno può permettersi di scalzare con gattini o peti, perché restano sul sito finché glieli lasciate voi.

A partire da oggi dunque qui, su www.giovannipolito.it, partiranno spunti di riflessione, racconti di esperienze e passioni vissute che avrò il piacere di condividere con chi vorrà concedermi qualche minuto del suo tempo.

Il sito, ancora in fase di completamento, è formato da due sezioni di cui una parte prettamente “istituzionale”, dove si può consultare la mia esperienza professionale, a sua volta divisa in cinque macroaree e dalla quale è possibile poi partire per eventuali richieste di consulenze e/o incarichi; la seconda parte è invece questa legata al classico blog, lo strumento dinamico con il quale cercheremo di instaurare un dialogo alla pari, con spunti e interventi legati alle mie passioni o all’argomento del giorno.

Vi ringrazio in anticipo per l’attenzione che mi dedicherete: spero onestamente di meritarmela, quanto meno più dei gattini e dei peti!