Non chiamatemi più “SDC”!

Uno spettro si aggira per i ristoranti e le trattorie di mezza Italia: quello dell’approssimazione!

Come molti di voi ormai sapranno, mi diletto a cucinare ma soprattutto a mangiare bene, in casa e fuori.

Ho avuto la fortuna di frequentare il corso Onav di assaggiatore di vini e, sebbene specifico per l’inebriante bevanda, proprio quel corso mi aiutò a stimolare strumenti di degustazione adattabili a più o meno ogni contesto, in particolare per l’individuazione di 4 dei 5 gusti fondamentali e cioè il dolce, il salato, l’amaro e l’acido. Il quinto, l’umami, come noto non è presente nel vino.

Il gioco degli equilibri, delle consistenze, dei contrasti: assaporare un piatto per me è quasi un momento religioso, che mi godo con attenzione e massimo piacere.

Quando mi ritrovo però in compagnia di amici e parenti, questa mia continua ricerca della perfezione e di analisi minuziosa delle pietanze provoca nei commensali due reazioni: la prima, ingiustificata, quasi di soggezione latente, come se il mio giudizio fosse chissà perché più importante di quello degli altri; la seconda è invece quella più gettonata, e cioè la classica presa in giro, seguita immediatamente da un simpatico – si fa per dire – nomignolo: “SDC“.

SDC è un acronimo di un modo di dire siciliano, “SticchioDiCulo” (lo scriviamo tutto attaccato per eludere la censura), il cui significato letterale non c’entra assolutamente niente con il senso che gli si vuole attribuire in questo contesto. Di fatto, significa “snob”, “precisino”, “puntiglioso” e anche, se volete “rompiballe”. Nel mio caso, poiché sono sempre il primo a notare errori nel servizio o nelle preparazioni, mi è stato coniato a furor di popolo, con grandi risate a corredo.

Eppure, se SDC significa pretendere la qualità e la professionalità minima in un locale degno di tal nome, allora lo rivendico con orgoglio.
Certo, so perfettamente che non esiste uno standard unico per ristoranti, trattorie o pizzerie, eppure su alcuni punti non si possono fare sconti. Mi riferisco ad esempio alla pulizia, alla gentilezza, alla correttezza dei comportamenti. Poi non pretendo certo una pasta con le sarde memorabile se la pago 6 euro in trattoria, ci mancherebbe! Ma in un ristorante che mi piazza a 28 euro uno spaghetto agli scampi, voglio che siano direttamente gli scampi a servirmi al tavolo grazie alla loro freschezza!

E allora cari amici, invece di scherzarci su, vi invito a diventare tutti un po’ più SDC: se cominciassimo tutti a far notare gli errori gravi ai ristoratori, forse la qualità del servizio in generale ne gioverebbe e l’immagine della cucina italiana, ancora in grande spolvero nonostante tutto, continuerebbe a restare un orgoglio per questo Paese.

Essere SDC però non significa MAI svilire il lavoro altrui: anche nel far notare un errore serve educazione e civiltà. Perché l’SDC alla fine fa ridere, il cafone al contrario è sempre e comunque soltanto fastidioso.

In foto: tipico esempio di piatto “sdc”

Che fine ha fatto la buona educazione?

Colgo spunto da qualche episodio spiacevole successo a persone a me molto care per tornare a scrivere in questo trasandato blog; argomento del giorno è la buona educazione o, meglio, la mancanza di buona educazione.

L’incipit “ai miei tempi”, abbastanza odiato e inflazionato, suona quasi ridicolo in bocca a un 36 enne che la guerra di certo non l’ha fatta; eppure, purtroppo, in soltanto una generazione, le cose sembrano davvero peggiorate.

Qualche giorno addietro una mia cara amica, incinta di 8 mesi e con un bel pancione chiaramente indicatore del suo status, ha chiesto ad un noto bar nel centro storico di Siracusa, città eletta ormai da tutti i portali del mondo una delle mete turistiche più ambite, di poter usare il bagno. La prima risposta del signore presente (non sappiamo se il titolare o un suo dipendente) è stata già molto indicativa: “prima deve consumare!”. Alle proteste della prossima puerpera, il soggetto in questione ha inizialmente acconsentito all’uso del famigerato bagno.

All’uscita dai servizi però, la mia amica si è sentita apostrofare con una perentoria richiesta di 50 centesimi da pagare; “ma nessuno in città ha fatto mai pagare l’uso del bagno, specialmente ad una donna incinta!” ha spiegato la giovane futura mamma; “non è vero – ha risposto sempre il soggetto in questione – il bar……… (e nomina un famoso bar nelle vicinanze) – lo fa pagare.” “La devo smentire – lo gelò infine la mia amica – sono stata lì qualche giorno fa e sono stati invece gentilissimi”. Qui, a questo punto, arriva il tocco di grazia, la finezza che ci inorgoglisce in quanto discendenti di Archimede, eredi di Corinto, cultori della bellezza e dell’eleganza: “E allora si ni issi all’autru bar!” (Traduzione dal siciliano: e allora se ne torni pure nel bar dove non pagava!”).

Il gesto, inqualificabile, ha una difficile spiegazione, se non nell’assoluta mancanza di buona educazione da parte di questo “signore” (usiamo le virgolette), alla quale va aggiunta l’assenza di umanità, buon senso, sensibilità, correttezza. Il problema – torno a specificarlo – non riguarda nemmeno la richiesta dei 50 centesimi che si sarebbero potuti chiedere in ben altro modo, ma il tono da cafone maleducato che di fatto mette una croce sopra alla frequentazione di quel bar da parte di un bel gruppetto di persone, capeggiato da un non modesto consumatore come il sottoscritto.

Ma non è tutto.

In città – ma credo un po’ ovunque in Italia, anche se ovviamente non ne ho contezza diretta – è in atto una sorta di diffusione di un sentimento di cattiveria gratuita che sembra addirittura piacere più della buona educazione.

Da non confondere con il pessimo buonismo – che invece diventa una filosofia che tutto giustifica, anche comportamenti inqualificabili – la buona educazione è ad esempio quella di cedere il posto sui mezzi o in sala d’attesa ad anziani, donne incinte, persone con difficoltà deambulatorie; aiutare giovani donne o anziani a trasportare la spesa, casse d’acqua, pesi ingombranti; salutare con un sorriso e un buongiorno i vicini, intavolare una breve discussione in ascensore, dire “grazie”, “prego”, “mi scusi”, “si figuri”, “di niente”, “permesso”, “per favore”, oppure perché no, dare un bacio a vostra moglie/marito/compagno/mamma/papà/nonno/nonna senza un motivo apparente, solo per dimostrare un po’ di affetto.

E invece, siamo sempre incazzati. E non tolleriamo più niente e nessuno. Una donna entra in un noto negozio in carrozzina e una persona esclama: “già siamo stretti, ci mancava pure quella con la sedia!”. Aberrante.

Se una donna incinta salta una coda, al supermercato come ad un pubblico ufficio, nel rispetto della legge, sono più gli sguardi di odio che quelli di gioia per il pargolo in arrivo. Terrificante.

Se una persona con difficoltà motoria nell’attraversare la strada perde un attimo più di tempo, gli suoniamo irritati. Vergognoso.

E in questo contesto non voglio nemmeno toccare l’argomento della buone educazione online, un universo che puzza come una cloaca, pieno di leoni da tastiera che, di fronte allo sputtanamento dal vivo, poi diventano pecorelle.

Io lo so perché siamo incazzati: i soldi, i pagamenti, le tasse ecc. Ma quando pensiamo a cosa possiamo fare per migliorare il mondo, non immaginiamoci come statisti che governano i popoli; pensiamo ad essere più gentili prima di tutto con chi ci sta attorno e poi anche con gli estranei. Sono convinto – ma qui si entra forse nell’utopia – che una grande cambiamento può iniziare soltanto dopo un gesto di gentilezza.

A proposito: grazie per avermi dedicato qualche minuto del vostro tempo!

Il respiro del vino. Sabato 10 giugno tutti a Noto!

Come promesso, vi tengo aggiornati sulle attività più interessanti (a mio parere) che mi vedono direttamente o indirettamente coinvolto.

Nello specifico sabato 10 giugno, dalle ore 18, mi troverete a Noto (SR), nella splendida enoteca del Val di Noto in via Rocco Pirri, sede dell’antico mercato, a presentare insieme all’ONAV di Siracusa e all’associazione Elisir il libro del professor Luigi Moio “Il respiro del vino”.

Si tratta di un testo che pur avendo serie basi tecniche frutto di anni di studi sui profumi del vino, in realtà è adatto a tutti, anche per la presenza di aneddoti divertenti e informali.

Alla presentazione seguirà una degustazioni di vini con aperitivo ed è per questo che si paga un ticket di 15 euro; la prenotazione è obbligatoria.

Piccolo incentivo (o disincentivo, se proprio non vi piaccio!): sarò io a moderare la presentazione, quindi non aspettatevi polpettoni inaccollabili ma piuttosto una serena chiacchierata tra amici!

Vi lascio al link ufficiale dell’evento Facebook  e vi ricordo che le prenotazioni dovranno essere fatte via mail all’indirizzo siracusa@onav.it comunicando nome, cognome, un recapito telefonico e il numero di partecipanti.

Ci vediamo a Noto allora!

 

 

Girada.it funziona! Ecco come ottenere alta tecnologia a prezzi stracciati (e senza truffe)

Quando si tratta di acquisti online, sono il re degli scettici.

E’ per questo che prima di parlare di Girada.it, un sito che sta diventando un vero cult tra gli appassionati di tecnologia, ho aspettato che qualcuno di mia conoscenza (nello specifico: mia sorella!) lo provasse in prima persona.

E quando il corriere le ha recapitato la nuova smart-tv fiammante presa a un costo pari a meno di un terzo del suo valore di mercato , beh…mi sono convinto!

In sostanza, Girada.it è un normale sito di e-commerce: gli oggetti in vetrina infatti, se non si ha molta pazienza e soprattutto se non si hanno problemi di liquidità, possono essere acquistati al loro prezzo di mercato, come su Amazon ad esempio.

La vera novità sta nella possibilità (non obbligo dunque) di ottenere sconti importanti a seconda di quante persone vengono invitate ad acquistare a loro volta su Girada.  Lo schema è quello dei gruppi di acquisto sociali, o social shopping, laddove invitando fino ad un massimo di tre amici ad acquistare, anzi a “prenotare l’acquisto” di un oggetto dal costo pari o superiore a quello effettuato da noi, si potranno ottenere gli sconti clamorosi promessi dal sito.

La prenotazione dell’acquisto è dunque il cardine su cui si basa Girada.it: ad esempio, se io volessi acquistare una nuova console PS4 Pro (la versione “potenziata” di PlayStation 4) al costo di soli 159 euro, mi basterebbe semplicemente prenotare l’acquisto versando 159 euro, salvarmi il codice amico che il sistema mi assegna e condividerlo tra i miei amici. Se altri tre di loro prenotano su Girada.it un oggetto dal costo pari o superiore a 159 euro, la PS4 Pro mi verrà recapitata a casa senza nemmeno i costi di spedizione!

Naturalmente questo significa che dovrà passare del tempo prima di ottenere l’oggetto al prezzo più scontato; tuttavia, se non si ha pazienza, si possono fare le seguenti azioni:

  1. esercitare il diritto di recesso entro 15 giorni: i soldi anticipati per la prenotazione vengono in questo caso totalmente rimborsati:
  2. se si hanno molti amici, condividere l’opportunità del proprio codice amico e offrire quindi la possibilità di acquisti in offerta anche a loro;
  3. affidarsi a Girada.it che in mancanza di amici a cui affidarsi per “scalare” la lista delle prenotazioni, vi assocerà in automatico ad una lista interna;
  4. acquistare in ogni momento l’oggetto a prezzo intero, pagando solo la differenza con la prenotazione;
  5. chiedere di spostare l’importo per la prenotazione ad un altro oggetto la cui lista si ritiene più facile da smaltire;
  6. iscriversi in un gruppo di acquisto privato (ce ne sono già molti in giro, sia su Facebook sia su Telegram) dove si può velocizzare lo scorrimento delle liste automatizzando l’inserimento dei codici amico.

Nello specifico, mia sorella ha atteso circa un mese per l’arrivo della propria TV; un tempo ragionevole, considerato lo sconto di circa l’80% ottenuto.

Buoni acquisti dunque!

N. B. : ovviamente, non ho alcun rapporto di tipo commerciale o lavorativo in generale con il sito Girada.it; il post ha il solo fine di comunicare un’esperienza diretta.

Faccio cose, vedo gente…mi occupo di comunicazione!

L’improvvisazione e la scarsa professionalità, che brutte bestie!

La lingua batte dove il dente duole, dicevano gli antichi, ma proprio non ce la faccio  a starmi zitto, non ce la faccio ad assistere inerme alla decadenza di un ruolo importante, quello del comunicatore.

Senza entrare nel merito delle pur grandi differenze che passano tra i vari mezzi di comunicazione, in tutti i casi è richiesta comunque la professionalità minima per poter acquisire una certa autorevolezza.

E se nel caso della stampa “tradizionale” ci pensa l’appartenenza all’Ordine dei Giornalisti a fare da filtro, in altri ambiti è l’improvvisazione e la legge della giungla a regnare, con i risultati che spesso si possono vedere.

“Faccio comunicazione” diventa allora la formula magica con la quale personaggi senza arte né parte vanno in giro mendicando oboli a sprovveduti imprenditori, convinti che l’investimento promozionale non sia appunto un investimento ma piuttosto una spesa inutile, per la quale destinare un budget misero.

E vai allora con il social manager improvvisato, quello che condivide contenuti poco interessanti (se va bene) o che comincia a taggare come un folle tutto il taggabile, alla ricerca di qualcuno che gli dia retta.

C’è poi l’addetto stampa farlocco, il mio preferito, quello che manda un comunicato (in violazione della legge) dicendo che il suo prodotto/evento è il migliore, sperando che qualche testata glielo pubblichi per sfinimento.

Ci sono poi i webmaster che fanno i siti tutti uguali, cambiando solo intestazione e colori di base; i copywriter e i content manager che riciclano i contenuti, fino agli pseudo-influencer che si atteggiano anche se hanno un pubblico fuori target per la gran parte delle aziende con le quali collaborano.

Ripetiamolo ancora una volta: la comunicazione è una cosa seria! Se stai dando 50 euro al mese a qualcuno per “curartela”, sappi che stai buttando quei soldi. Tanto vale darli in beneficenza, saranno stati molto più utili!

Rappresentazioni Classiche a Siracusa: l’emozione di sedersi sulla storia

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio all'aperto

La mia città, Siracusa, ha un passato molto più glorioso del suo presente e di quello i suoi abitanti si vantano, quasi si crogiolano. Forse sbagliamo, ma credetemi, o facciamo così o davvero ci resta la disperazione!

Non faccio di certo parte della schiera dei disfattisti di professione, di quelli che cioè godono nel dipingere la propria città come una cloaca ma, seppur a malincuore, Siracusa – amatissima dai turisti – offre purtroppo più ostacoli che opportunità per essere visitata, a cominciare dall’annoso problema dei trasporti. E però…

L'immagine può contenere: una o più persone, cielo, albero, spazio all'aperto, natura e acqua

E però, ci sta lui, sua maestà il Teatro Greco. Ogni anno grazie all’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA) su questa maestosa opera architettonica, scavata interamente nella roccia, vengono riprodotte le tragedie e le commedie dei più importanti autori della storia classica, da Eschilo a Sofocle, da Euripide ad Aristofane, per la gioia degli appassionati e degli ex studenti di ogni Liceo Classico che si rispetti.

Sedersi su quelle pietre, credetemi, permette un immediato salto nel tempo. Si viene catapultati a oltre 2500 anni fa (a proposito: quest’anno Siracusa compie ben 2750 anni!), ci si immagina circondati dai figli di Corinto, entusiasti e pronti a ripartire da zero in questa nuova e lussureggiante terra, lambita dal mare, baciata dai venti, benedetta dalla terra fertile. Ci si sente orgogliosi del proprio sangue greco, si dimentica per un’ora e mezza il ritardo clamoroso dei bus navetta, il traffico asfissiante, la differenziata al 5%, e si torna ad essere fieri, quasi a guardare come barbari i popoli “oltre confine”, costretti ad utilizzare il nuovo servizio di traduzione simultanea messo in campo dall’Inda.

Il consiglio, totalmente disinteressato a livello economico ma dato da vero amico, è quello di stare almeno tre giorni a Siracusa nel periodo primaverile, due da dedicare alle tragedie di quest’anno – I sette contro Tebe di Eschilo e Le Fenicie di Euripide – e il terzo da dedicare alla città, all’isola di Ortigia, ai vicoli più nascosti e pittoreschi. Dal 29 giugno poi arrivano pure Ficarra e Picone per Le Rane di Aristofane ma di biglietti credo ne siano rimasti pochissimi!

Per sapere tutto su trame, programma, biglietti e anche per trovare qualche posto interessante dove dormire e dove mangiare a Siracusa, potete cominciare a dare un’occhiata al portale Fuori Teatro, in costante aggiornamento.

Sono sicuro che poi mi ringrazierete!

La libertà di stampa è una cosa che si mangia

Oggi, 3 maggio, si festeggia la libertà di stampa.

In Italia, grazie alla nostra Costituzione in teoria questo concetto è addirittura recepito come uno dei cardini della democrazia. Che rivoluzionari questi padri costituenti!

Il concetto di libertà di stampa non è però astratto o puramente ideale come a volte sembra ascoltando le solite chiacchiere da salotto: in realtà la libertà di stampa è una cosa concreta, una cosa “che si mangia” ma che però, spesso, non fa mangiare.

Cerco di spiegarmi meglio.

Per mesi certi loschi figuri che di democrazia non ne capiscono un tubo additavano la stampa italiana, agli ultimi posti nelle classifiche internazionali riguardo alla libertà, come serva e prona ai poteri forti.

In realtà per troppo tempo questa classifica è stata letta al contrario, visto che il motivo del posto così in basso era proprio il coraggio e la libertà di molti colleghi che a causa delle loro inchieste si sono ritrovati incriminati o peggio costretti a essere protetti da una scorta. Tanto che è bastata l’assoluzione dei colleghi Nuzzi e Fittipaldi per la vicenda Vatileaks e come per magia abbiamo riacquistato circa 20 posti.

La libertà di stampa si tocca, si mangia ogni qual volta un collega scrive di un fatto, lo analizza e non bada a chi potrebbe fare arrabbiare. La libertà di stampa diventa un concetto ideale se si permettono querele temerarie e richieste di risarcimento esagerate al solo scopo di intimidire il giornalista.

La libertà di stampa mantiene un senso quando chi scrive si informa, verifica e pubblica una notizia solo se ne è assolutamente sicuro; va a farsi benedire quando, anche se bravo giornalista, cede al fascino del click facile, dell’informazione parziale, della bufala.

La libertà di stampa diventa reale quando chi investe in pubblicità lo fa esclusivamente pensando alla visibilità e al prestigio del giornale e non alla sua linea editoriale; torna ad essere eterea quando la pubblicità viene promessa “solo se…”.

Capita allora che per mantenere fede alla libertà di stampa, ai propri principi e alla deontologia di una professione comunque nobile, risulti difficile mangiare con il proprio lavoro, perché non disposti a sottostare a quel “solo se…”.

E allora oggi dedico questo inutile post a tutti quei colleghi che hanno deciso di tirare la cinghia pur di continuare a camminare a testa alta, magari rimettendoci anche la vita: loro, e soltanto loro, sono l’orgoglio di un’intera categoria.

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A tavola pane e …frustrazione

Quando il modo di dire #maiunagioia divenne virale, oggettivamente cominciò a darmi noia. Usato sempre, comunque e spesso a sproposito, #maiunagioia aveva cominciato a perdere il suo significato di intrinseca protesta contro le ingiustizie della vita per diventare una scusa valida a mostrare petulanza e lamentele inutili in ogni contesto.

Eppure, quando uno come me si siede a tavola, non può che pensare a quanto crudele sia stato il destino…

Figlio di ben tre culture culinarie ben distinte (la siracusana per nascita, la ragusana e la calabrese per discendenza), di fatto mi ritrovo a scandire i momenti della giornata e finanche i ricordi più belli della mia vita sempre legati a un particolare cibo o preparazione.

Per fare un esempio, se qualcuno mi chiede di ricordare un incontro, un evento o qualcosa di simile, la mia memoria mi mette immediatamente a fuoco il menu della cena o del pranzo ad esso collegato, prima ancora degli eventuali commensali. Esempio: “Giovanni ma ti ricordi come era bella Roberta al suo matrimonio?” e io: “come no, c’era un prosciutto cotto glassato al miele che ancora me lo sogno!” e via di seguito.

Adesso è più chiaro comprendere come l’essere costantemente invitato a cene e degustazioni o preparare io stesso i pasti a casa risulti nel mio caso una tortura continua, a causa della pericolosa tendenza a mettere peso che la natura mi ha voluto accollare.

Io ho molti problemi con la cucina dietetica, per così dire: non riesco a tollerare le versioni “depotenziate” delle ricette, quelle cioè che partono da un nome altisonante per poi diventare altro, più insipido e privo di “sostanza”. La carbonara con il prosciutto cotto, la parmigiana con le melanzane arrostite, le cotolette arrostite, il cucchiaino misurato di olio d’oliva…limitazioni, pesi che ostacolano il gusto e rendono la vita di un “diversamente snello” come me senza gioie…anzi, con #maiunagioia.

Il problema è il contesto. Qui da me bastano i profumi di un panificio sperduto per riaccenderti la fame atavica, quella genetica che permetteva alla natura di mettere da parte il grasso necessario a superare i periodi di magra…l’altro problema è che di periodi di magra non ce n’è più.

E poi, ultimo problema, mi piace mangiare bene. Ma forse questo lo avevate già capito!

A tavola con Giovanni Polito (se volete!)

Avendo molto poco tempo da dedicare, mio malgrado, ad attività mondane, di solito sono molto selettivo con gli eventi e i locali che scelgo di frequentare.

Dalle pagine del mio blog, utilizzando il tag “A tavola con Giovanni Polito” mi prenderò di tanto in tanto la libertà di suggerirvi qualche serata o appuntamento particolare, nei quali magari alla gioia della buona tavola potrebbe farvi piacere aggiungere anche quella della mia presenza (ma la cosa funziona anche al negativo: magari volevate esserci e la mia presenza vi aiuta a distogliervi dalla scelta!).

Si comincia dunque con domenica 30 aprile, a Lentini nei locali del ristorante Lanterna Bianca per l’evento “Bianco, rosso…Ramaddini“. Una cena completa a base di pesce, accompagnata dai vini della cantina Feudo Ramaddini, membro autorevole della Strada del Vino e dei Sapori del Val di Noto. Oltre a cenare e a bere di gusto, potremo pure scambiare insieme quattro chiacchiere.

Il giorno dopo, per la “scampagnata” del Primo maggio, ci spostiamo a pranzo nella zona balneare di Siracusa, in contrada Fanusa, per partecipare al “Primo maggio in cantina con il “Mandorlivo” di Franco Manuele“, una ricca degustazione di prodotti tipici siciliani e vini del territorio organizzata dalle Cantine Gulino, anche loro prestigiosi membri della Strada del Val di Noto.  Ad impreziosire la già bellissima giornata ci saranno le visite guidate in cantina e la degustazione del “Mandorlivo”, il gelato inventato da Franco Manuele della Nuova Dolceria di Ferla vincitore della tappa italiana del “Gelato World Tour” (e che i fan dei 10 Minuti con CNA Siracusa già conoscono!).

Che dire, qualche spunto ve l’ho dato: vi lascio con la raccomandazione di dare un’occhiata ogni tanto, se vi piace l’argomento enogastronomia, al giornale Gusto News che dopo un periodo di stand by stiamo pian piano riattivando.

Buona lettura ma soprattutto…buon appetito!

 

Apologia postuma di Umberto Eco (ovvero: basta imbecilli sui social!)

Se è vero che mi manca davvero il tempo per aggiornare come si deve il mio blog, è altrettanto sacrosanto ammettere che di spunti da approfondire invece ne avrei fin troppi.

In questo piccolo ritaglio di tempo che mi sono ricavato con la forza vorrei però soffermarmi sul ricordo mai troppo elogiato di Umberto Eco, autore di grandi capolavori ma ricordato da qualche anno per una sua felice frase (felice, ho scritto bene eh) sul mondo dei Social, riguardante una presunta “legione di imbecilli” a cui avrebbero dato diritto di opinione.

Premettiamo che a scanso di equivoci, il ragionamento che farò sembrerebbe per forza di cosa generalista ma sappiamo ovviamente che non è possibile rivolgersi al miliardo abbondante di utenti social come ad un’unica massa informe, quindi ignorerò qualsiasi commento riguardante l’argomento “non fare di tutta l’erba un fascio”, perché non la faccio mai; semmai, qui semplifico per ovvi motivi di fruibilità.

E allora diciamolo subito che Eco non aveva ragione, aveva – mi si passi l’orrido neologismo – ragionissima. Intendiamoci: nessuno qui vuole togliere il diritto di esprimere opinioni alle persone, fossero pure intellettualmente povere. Semplicemente, non bisogna sottovalutare la potenza del mezzo che, unita alla stra-potenza dell’ignoranza, trasforma stronzate che in epoca offline avrebbero raccolto al massimo pernacchie in autorevoli disquisizioni “alla pari” con luminari che invece di quell’argomento ne sanno davvero.

Mettiamolo subito l’altro paletto scomodo: non tutte le opinioni hanno la stessa valenza. Anzi, alcune non ne hanno a sufficienza, altre sono vere e proprie stronzate.

Domandone populista: chi decide se la mia opinione ha più valore della tua o viceversa? Tempo addietro, e scusate se sembro mio nonno nel rispondere così, questa domanda non avrebbe avuto alcun senso, perché a rispondere era il buon senso: semplicemente, se sono ignorante non mi pongo alla pari di chi ha studiato o ha fatto molta più esperienza sul campo di me. Le persone semplici accettavano con fiducia il parere del medico, del legale, dell’architetto, al massimo ne ascoltavano altri, sempre riconosciuti e preparati, per avere più opinioni altrettanto autorevoli.

Oggi, e i Social diventano il pericoloso mezzo di questo scempio, qualunque imbecille si può alzare e confutare gli studi di Pasteur, Marie Curie, Galileo o Leonardo Da Vinci solo perché trova terreno fertile nell’ignoranza dilagante.

Ma attenzione: chi di Social ferisce di Social (e di informazione giornalistica fatta come si deve) poi può pure perire, vedi il caso recentissimo di Report e dell’inchiesta-vergogna sui vaccini, demolita proprio dal tam-tam su Facebook e Twitter.
Per questo alla fine non ce la possiamo mai prendere con il mezzo ma solo con noi stessi che a certi cretini, sui social, regaliamo attenzioni non dovute.